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Foto: FAM1885, CC BY-SA 4.0 · Wikimedia Commons
Sito archeologico
Sito archeologico nel comune italiano di Falerone (FM)
Il sito archeologico della città antica di Falerio Picenus è situato in frazione Piane di Falerone, sulla sinistra del fiume Tenna e sulla via che da Urbs Salvia conduceva ad Asculum. Compresa nella regione V, divenne colonia, forse sotto Augusto, e come tale fu ascritta alla tribù Velina. Venne distrutta in una data imprecisata e abbandonata dagli abitanti, forse nel X secolo, che ripararono sul vicino poggio (m. 432 s. m.) dando vita all'odierno centro di Falerone. Si trova a circa 2 km dall'odierno centro di Falerone, in provincia di Fermo.
Nel 90 a.C. ai piedi del Mons Falarinus (poi Falerone medievale), è ricordata la sconfitta dei Romani guidati da Gneo Pompeo Strabone da parte dei socii Piceni comandati da Gaio Vidacilio, Publio Ventidio e Tito Lafrenio, nel percorso delle legioni romane verso Fermo. Del 29 a.C., nella centuriazione augustea della Valle del Tenna, è l'edificazione di Falerio Picenus punto di snodo fra Firmum, Urbs Salvia e Asculum. La rappresentazione grafica di Falerio Picenus nel codice Acernario del VI secolo, con le due porte, a nord verso Urbs Salvia, e a sud verso Novana e Asculum, ci conferma l'importanza del castrum.
L'esistenza di Falerio Picenus è già attestata nell'antichità. In particolare Balbo, agrimensore di Augusto, così recita in alcuni suoi frammenti raccolti da Frontino: "Ager Falerionensis limitibus maritimis et Gallicis est adsignatus". Anche Plinio il Vecchio ne menziona l'etnico elencando le popolazioni della V Regio Augustea nella Naturalis historia: "In ora Cluana, Potentia, Numana a Siculis condit nn.. intus Auximates, Veregrani, Cingulani, Cuprenses cognomine Montani, Falarienses,...".
Non abbiamo informazioni certe sul periodo della fondazione di Falerio anche se il rescritto imperiale di Domiziano, datato 82 d.C. e relativo ad una annosa lite tra Faleronesi e Fermani sui subseciva, assicura che già nell’età augustea Falerio doveva essere una importante colonia.
Il Mommsen poi, nel suo Corpus Inscriptionum Latinarum. afferma che la fondazione di Falerio risale ad una assegnazione di terre avvenuta successivamente alla battaglia di Azio del 31 a.C. sottraendo dei territori a danno della vicina Fermum.
Nel IV e V secolo la sede del vescovo di Falerio passa a Fermo, segno evidente dello stato di decadenza della città romana, già preda di orde barbariche e del conseguente spopolamento e perdita di prestigio di centri romani a vantaggio di città più grandi. …
L'intera area archeologica può sommariamente essere divisa in due parti: la prima, quella centrale, risulta sostanzialmente compromessa dalla edificazione incontrollata avvenuta a partire dagli anni sessanta; la seconda, verso nord-est, è invece minimamente urbanizzata e quindi è suscettibile di riscoperta e valorizzazione. Molto positivo è il fatto che le superfici intorno al Teatro siano rimaste pressoché inedificate. Anche l’area che circonda l'Anfiteatro, per quanto in parte compromessa, offre ancora sufficienti spazi su cui poter intervenire.
Il Parco Archeologico di Falerio Picenus è stato istituito con l'attuazione della Legge Regionale n.16 del 1994 e costituisce da una parte il riconoscimento ufficiale del valore storico e culturale dell'area, dall'altra pone tutte le necessarie premesse per la sua progressiva valorizzazione.
Il Teatro, situato all'estremità orientale dell'antico impianto urbano, è uno degli edifici teatrali romani meglio conservati delle Marche, seppure saccheggiato nella sua decorazione, con una capienza stimata di circa 1600 posti a sedere. Della monumentale costruzione, riconducibile all'età augustea, seppure completato sotto Tiberio, possono essere tuttora ammirati i primi due ordini della cavea, l'orchestra, i due ingressi laterali, il proscenio e quello che rimane dell'apparato scenico.
La cavea ha un diametro di circa 50 metri ed è costruita su costruzioni a volta. All'esterno la struttura mostra un prospetto ad archi dei quali restano numerose basi con semicolonne rivestite un tempo di marmo. Ben conservato è pure il proscenio che delimita l'orchestra con struttura a nicchie semicircolari decorate anch'esse con marmo. Dal Teatro vengono due statue di Cerere e altre due ora al Louvre. Il Teatro era sicuramente motivo di prestigio per la città. Verso la metà del II sec. d.C. fu abbellito con le statue donate ai Faleronesi da Antonia Picentina, moglie di Antonino Pio e sacerdotessa di Faustina Maggiore. Svetonio ci conferma l’importanza della città dicendo nella sua Vita Augusti che Ottaviano volle la colonia ‘quasi simile a Roma’. …
La storia dei rinvenimenti e degli studi che si svilupparono sul sito dell'antica Falerio ha origini piuttosto antiche. Fu Ciriaco d'Ancona nel quattrocento a scrivere per primo di rinvenimenti casuali di reperti. Il luogo, infatti, attirò sin dal Cinquecento l'interesse dello Stato Pontificio, in seguito al dissotterramento del rescritto bronzeo di Domiziano nel 1595 che fu donato al cardinale Pietro Aldobrandini, nipote di papa Clemente VIII. Sembra che il cardinale avesse praticato degli scavi a Falerio, ma non vi sono testimonianze precise.
Sempre nel cinquecento avvenne il recupero di due statue marmoree un "togato" e una "Demetra/Cerere". Si tramanda la notizia inoltre di scavi effettuati nel 1774 sotto Clemente XIV. La prima campagna di scavi risale al 1777 per volere di Pio VI. Vennero effettuati scavi anche a Cupra Marittima, Helvia Recina, Urbisaglia. Tali ricerche a Falerone interessarono l'area del Teatro e un impianto termale. Vennero rinvenuti due epigrafi latine, un frammento di mosaico figurato rappresentante un leopardo, un candelabro di cristallo di rocca e altri oggetti che vennero inviati ai musei Vaticani..
Fu ampiamente documentata dal notaio faleronese Barnaba Agabiti in un manoscritto pubblicato nel 1971 dal suo concittadino professor Pompilio Bonvicini. Dalla fine del '700 le ricerche archeologiche si svilupparono sempre più, anche se spesso si trattava di semplici spoliazioni eseguite senza le necessarie autorizzazioni e quindi clandestine.
Tra queste quelle avviate diverse anni dopo dai fratelli Raffaele e Gaetano De Minicis che nel 1836 iniziarono dei nuovi scavi nell'area del Teatro. Le autorità papali ordinarono subito il sequestro dei reperti ritrovati anche se i De Minicis riuscirono ad evitarlo promettendo di raccoglierli nella loro casa fermana. Nacque così l'importantissima raccolta De Minicis, che alcuni anni dopo andò però dispersa finendo in parte al Municipio di Fermo ed in parte presso quello di Falerone. Tanti reperti finirono comunque nelle mani di collezionisti privati e se ne persero definitivamente le tracce. …
Le origini del Museo civico archeologico Pompilio Bonvicini sono da collegare con la parte della collezione De Minicis rimasta a Falerone, su ordine dell'allora Commissario Prefettizio Amadio, che nel 1928 fu trasferita nel Palazzo Comunale insieme ad altri reperti donati da privati..
Nel 1966, durante i restauri della sede comunale, i reperti furono spostati nell'ex Convento di San Francesco per rimanere esposti al pubblico. Negli ultimi giorni del 1967 il furto di una testa femminile di età imperiale indusse però il Soprintendente regionale ad imporre la chiusura del Museo.
Tutti i reperti tornarono ad essere riesposti al pubblico solo nel 1982 ad opera dell’Amministrazione Comunale coadiuvata da alcuni volontari. La collezione, in un allestimento completamente rinnovato ed ampliato negli ultimi anni, è da allora rimasta ospitata in due ali a piano terra dell'ex Convento francescano.
La dotazione del Museo faleronese conta importanti reperti tra cui tre grandi statue: due femminili gemine di età Antonina ed una di togato. Abbiamo inoltre una statua maschile di tradizione ellenistica, un torso marmoreo di divinità giovanile, forse un Eros, ed una testina femminile. Tra i reperti principali figurano inoltre una erma acefala di Eracle ed un piccolo torso di divinità maschile.
Importante la sezione epigrafica che conta una ricca raccolta di iscrizioni, tra cui le più importanti sono una dedica ad Ottavia di età augustea ed un'altra alla dea Cupra. Fa parte della sezione una tabella bronzea con la trascrizione del rescritto di Domiziano del '82 d.C. che tratta la contesa tra Faleronesi e Fermani sui territori di confine.
La collezione è completata da numerosi altri reperti, tra cui una olla di generose dimensioni, diverse urne cinerarie, parecchi elementi architettonici nonché oggetti di uso comune. Infine sono esposti fregi e cornici di arte romanica e gotica.
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Testo da Wikipedia, l’enciclopedia libera, con licenza CC BY-SA 4.0. Voce completa: «Parco archeologico Falerio Picenus».
Indirizzo
Via Pozzo, Fraz. Piane 28, Falerone
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Parco archeologico Falerio Picenus si trova nel comune di Falerone, in provincia di Fermo (Marche), all'indirizzo Via Pozzo, Fraz. Piane 28, Falerone. Coordinate: 43.10145, 13.49616.
Nei dintorni si trovano: Servigliano (a 2,3 km), Casa museo di Osvaldo Licini (a 2,4 km), Museo del cappello (a 4,4 km).
Testo. Wikipedia, l’enciclopedia libera (CC BY-SA 4.0).
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Aggiornato il 28 ottobre 2026. Tutte le fonti e le licenze